In difesa dei Borghi: lettera aperta contro i pregiudizi

Perché tutelare la specificità di un termine significa difendere il futuro delle aree interne, e il diritto al turismo

 

Caro lettore,

in questi giorni la polemica sui borghi è passata dagli articoli e dai libri, ai Social Media. Temo di essere stato uno dei pochi – se non l’unico –  a difendere l’uso del termine “borgo”, da molti sbeffeggiato con il relativo invito a sostituirlo con la parola “paese”. Si tratta di un invito che non comprende come i due termini non siano affatto sinonimi, ma abbiano significati profondamente diversi: storicamente, urbanisticamente e dal punto di vista relazionale (su questo rimando ai miei interventi precedenti: LINK)

Naturalmente, non sono così ingenuo da non accorgermi che molte destinazioni e molta stampa di settore offrono oggi una rappresentazione agiografica e stereotipata dei borghi. Ma la cosiddetta “retorica dei borghi” non è altro che il tipico linguaggio della pubblicità; quello stesso linguaggio retorico, ahimè, che si usa nella pubblicità per promuovere qualsiasi destinazione, dal mare alla montagna, fino alle grandi città d’arte.

Questa “retorica”, tuttavia, non c’entra nulla con l’importanza di non fare confusione tra borghi e paesi, specialmente quando ci si deve occupare della pianificazione del loro sviluppo. La polemica ideologica contro i borghi e il pregiudizio linguistico verso questa parola finiscono solo per disarmare i territori. Danneggiano il valore di un termine che è invece fondamentale per il riscatto e lo sviluppo delle nostre aree interne.
In passato sono intervenuto formalmente per chiedere all’Enit di non utilizzare, parlando dei nostri borghi, la traduzione inglese “villages”, perchè di “villages” il mondo è pieno. Ma la straordinaria unicità dei borghi compatti, monumentali e protetti appartiene in buona parte all’Italia (certo non solo a noi), e tocca a noi promuoverla e difenderla nella sua specificità. Per questo, continuerò a chiedere che il termine sia usato – in particolare nel linguaggio turistico – e non venga mai tradotto all’estero, esattamente come faccio da sempre – con un certo successo – con la formula dell’“albergo diffuso”.
Come ho già scritto più volte, siamo di fronte a due problemi distinti: da un lato vi è un pregiudizio ingiustificato nei confronti della parola “borgo”; dall’altro, si cavalca la contrapposizione “borgo contro paese” con l’unico vero obiettivo di mettere sotto accusa il turismo in quanto tale.
La sfida non è demonizzare l’economia del turismo, ma governarla attraverso modelli sostenibili e rigenerativi, capaci di tutelare l’identità del borgo e, al contempo, garantire servizi essenziali e qualità della vita a chi in quel territorio ha scelto di abitare e di restare.
Giancarlo Dall’Ara


“La sedicente critica al turismo si dimostra per quella che è: reazione”, H.M. Enzensberger

 

Come ho già fatto nei miei interventi sui social, aggiungo anche qui la mia impressione su questo dibattito che dura ormai da molti anni. Al fondo della polemica contro i borghi vi è il vecchio “antiturismo” delle élite, denunciato con lucidità da Hans Magnus Enzensberger nel 1958 con il suo saggio “Teoria del turismo”. Il testo fu successivamente pubblicato in Italia da Feltrinelli all’interno del volume “Questioni di dettaglio”, e negli anni ’90 fu ripreso e curato da me, sulle pagine della rivista Turistica.
Già allora il grande intellettuale tedesco svelava l’ipocrisia del “turista che critica gli altri turisti”, convinto che il proprio viaggiare sia cultura, e quello degli altri sia solo consumo e omologazione. Questa visione aristocratica sopravvive purtroppo ancora oggi: si tende a colpevolizzare il visitatore anziché governare i flussi e ripensare i modelli di accoglienza, dimenticando che il turismo, prima di essere un’industria (un’industria! anche se si polemizza molto anche su questo), è un fondamentale diritto, alla conoscenza e alla relazione tra le persone.
Resto convinto che si parli molto di “paese” contro “borgo” al solo scopo di mettere sotto accusa il turismo. Quando invece bisognerebbe governarlo.

p.s. Sull’origine dell’antiturismo ho condotto ricerche sul campo e ho scritto molto in passato. Pubblicherò presto una breve sintesi dei miei lavori, con l’obiettivo di dimostrare che storicamente, i primi antituristi, sono le élite non beneficiarie.

 

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Articolo precedente qui: “Si parla molto di borghi, ma spesso lo si fa per mettere sotto accusa il turismo” 

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