Si parla molto di “borghi”, ma spesso lo si fa per mettere sotto accusa il turismo

 

Abstract. L’articolo propone una difesa dell’identità storica, morfologica e relazionale del termine “borgo”, dimostrando come esso non costituisca un’invenzione del marketing contemporaneo ma una categoria geografica e culturale ben distinta da quella di “paese”. Attraverso una precisa tassonomia insediativa, l’autore distingue tra “paesi con un borgo” (dotati di un nucleo storico fortificato), “paesi senza borgo” (espansioni lineari prive di matrice armonica) e “borghi” (piccole entità storiche che hanno conservato intatta la propria struttura originaria).
Sotto il profilo linguistico ed etimologico, lo studio evidenzia come “borgo” derivi dal germanico burgs e dal latino burgus (luogo fortificato) , mentre “paese” risalga al latino pagus (circoscrizione rurale priva di fortificazioni), legittimandone la diversità semantica originaria. La tesi è supportata da un autorevole canone letterario che ne attesta l’uso secolare, da Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata a Giacomo Leopardi nelle Ricordanze, ma anche da Dante e D’Annunzio.
L’analisi si conclude con una prospettiva propositiva e di sviluppo locale: la salvaguardia dei servizi essenziali per i residenti (scuola, sanità, mobilità) non è in contrasto con la valorizzazione del patrimonio, ma ne è alimentata. L’unicità del borgo, riattivata da un turismo sostenibile e rigenerativo, si configura come il volano economico e sociale indispensabile per dare un futuro concreto alle comunità e contrastare il rischio di spopolamento.

 

Sono sempre più numerosi gli articoli e i libri che invitano a non usare più il termine “borgo”, e a tornare ad utilizzare il termine “paese”.

Non sono d’accordo.

“Paese” e “borgo” non sono termini intercambiabili: non tutti i paesi sono borghi perché non tutti hanno un centro storico o un centro fortificato, che li qualificherebbe come tali.

E la differenza tra paese e borgo non è – come taluni sostengono – un’invenzione del marketing contemporaneo, ma una realtà storica, urbanistica e relazionale profonda.

Provo a chiarire meglio. Cominciamo con la definizione di “borgo: “un abitato storico circondato da mura e caratterizzato da una riconoscibile struttura urbana e da piccole tipologie architettoniche e monumentali” [1].

In base a questa definizione, non tutti i paesi sono borghi.

Ci sono “paesi con un borgo” (dove il nucleo storico fortificato o murato è chiaramente distinguibile dalle espansioni successive), e “paesi senza borgo” (agglomerati cresciuti in modo lineare, a volte disordinato, privi di una matrice storica armonica, che ricordano le dinamiche delle periferie).

Esistono poi piccole entità storiche che non sono mai diventate “paesi”; hanno mantenuto intatta la propria struttura originaria, e sono i borghi. Chiamarli genericamente paesi significa negare la loro specificità architettonica.

Il termine “borgo” (dall’etimologia germanica burgs, centro fortificato, e dal latino burgus, castello protetto), porta con sé l’idea di una dimensione urbanistica raccolta, definita e armonica. Cancellarlo in nome di un presunto realismo significa togliere a queste comunità la consapevolezza della propria unicità.

 

Non sopporto poi l’invito a tornare a chiamarli paesi[2], come se borgo fosse un termine inventato venti anni fa!

Il verso “natio borgo selvaggio” è nelle “Ricordanze di Giacomo Leopardi”; siamo attorno al 1829-1830; e prima ancora Torquato Tasso nel sesto canto della Gerusalemme Liberata scrive: «Ma non veggio a qual uso: e quei ladroni / scorrono i campi, e i borghi a lor talento», e anche Dante, D’Annunzio …[3]

 

L’errore di fondo della tesi contro i borghi, è di pensare che la difesa dei servizi essenziali ai residenti (scuola, sanità, mobilità) sia in antitesi con il concetto di borgo. È l’esatto contrario: i servizi non restano in vita per decreto legge in un luogo che muore, ma rimangono dove c’è una comunità vitale e un’economia attiva, alla quale il turismo sostenibile e rigenerativo, può dare un grande contributo. E in quest’ottica il termine “borgo” ha un grande valore, ed è insostituibile (e – per inciso – non andrebbe mai tradotto).

Non si tratta di scegliere tra la “vita quotidiana del paese” e il “marketing del borgo”, ma di usare la straordinaria unicità urbanistica e umana del borgo per ridare un futuro economico e sociale a quello che altrimenti rischierebbe di diventare, sì, solo un paese fantasma.

 

Il dibattito sui Social Network

Come ho fatto nei commenti sui Social, aggiungo anche qui la mia impressione su questo dibattito/polemica che dura ormai da tanti anni: al fondo c’è il vecchio “antiturismo” delle élite denunciato da Hans Magnus Enzensberger nel 1958 con il suo saggio “Teoria del turismo”, successivamente pubblicato da Feltrinelli, e negli anni ’90 curato da me sulla rivista “Turistica”.

Già allora il grande intellettuale tedesco svelava l’ipocrisia del ‘turista che critica gli altri turisti’, convinto che il proprio viaggiare sia cultura e quello degli altri sia solo consumo o degrado. Questa visione aristocratica purtroppo sopravvive ancora oggi: si tende a colpevolizzare il visitatore anziché governare i flussi e ripensare i modelli di accoglienza, dimenticando che il turismo, prima di essere un’industria, è un fondamentale diritto al viaggio, alla conoscenza e alla relazione tra le persone. In altre parole: si parla molto di “paese” contro “borgo”, ma lo si fa per mettere sotto accusa il turismo. Quando invece bisognerebbe governarlo.

 

Giancarlo Dall’Ara


Il”borgo” in letteratura

D’Annunzio, ne “Il trionfo della morte”, definisce San Vito Chietino come un “borgo” all’interno del romanzo (ad esempio, quando descrive la posizione isolata dell’Eremo, scrive che esso «distava due miglia dal borgo» ).

Anche Dante, nel Canto VIII del Paradiso, descrivendo i confini del Regno di Napoli, scrive: «e quel corno d’Ausonia che s’imborga / di Bari e di Gaeta e di Catona…». Come evidenziato dall’Enciclopedia Dantesca Treccani, questo verbo pronominale, creato ex novo dal Sommo Poeta, significa letteralmente “popolarsi di borghi” o “dotarsi di insediamenti periferici e protetti”.

E poi Carducci (“San Martino”), Pascoli (“L’ora di Barga”), Ariosto (“Orlando Furioso”), Manzoni (“I Promessi Sposi”)…

 

Per saperne di più:

G. Dall’Ara, Un manifesto per il turismo nei borghi, in Per un turismo sostenibile e valoriale, a cura di S. Stanghellini, Roma, INU Edizioni, 2025, pp. 53-56

H.M. Enzensberger, Per una teoria del turismo, a cura di G. Dall’Ara, in «Turistica», III, n. 1, gennaio-marzo 1994, Mercury Edizioni, Firenze, pp. 67-78. La prima traduzione in italiano – temo introvabile – è stata pubblicata da Feltrinelli: H.M. Enzensberger, Teoria del turismo, in Id., Questioni di dettaglio, traduzione di Giovanni Piana, Feltrinelli, Milano, 1965, pp. 163-184.

 


[1] Il Piano Nazionale Borghi (PNRR) li definisce come piccoli comuni con popolazione residente fino a 5.000 abitanti, che presentano un borgo storico chiaramente identificabile e riconoscibile. Nei documenti preparatori la definizione è ancora più chiara: “Borghi sono piccoli insediamenti storici che hanno mantenuto la riconoscibilità della loro struttura insediativa storica”. Cito il PNRR perché si ha l’impressione che la polemica sull’uso del termine borgo, nasconda il più delle volte una polemica verso il PNRR.

[2] Dal tardo latino pagus, che indica la circoscrizione rurale priva di fortificazioni proprie. Oggi il termine è utilizzato nel linguaggio quotidiano in senso più ampio di borgo.

[3] In fondo all’articolo riporto altri autori famosi del passato che hanno usato il termine borgo.

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