Il valore del termine “Borgo” e le strumentalizzazioni del dibattito attuale
Credo che si possa ormai dare per scontato che borgo e paese non siano affatto sinonimi e che, per inciso, non siano sufficienti questi due soli termini per descrivere la complessa situazione reale delle nostre aree interne. Ciò detto, l’impressione netta è che il dibattito attuale nasconda in realtà altri obiettivi: la critica al PNRR, la critica al turismo (spesso venata di evidenti sfumature antituristiche), e la critica alle Associazioni dei borghi.
Quel che è certo è che non si può e non si deve rinunciare al valore del termine “borgo”. Questa parola non solo descrive perfettamente la realtà storica e attuale di tanti luoghi in Italia, ma è uno strumento utile sia per il posizionamento dei borghi stessi, sia per il posizionamento dell’Italia all’estero (ragione per cui sostengo da sempre che non vada tradotto, ma mantenuto rigorosamente in italiano, esattamente come ho fatto per l’Albergo Diffuso).
A chi liquida questo termine, sostituendolo con la parola “paese”, vanno mosse alcune obiezioni:
In primo luogo, si pone un tema di trasparenza nella comunicazione: l’onestà impone di chiamare le cose con il loro nome: così come non si può parlare di “camping” se la struttura è un hotel, allo stesso modo non si può chiamare “paese” un borgo. Se la matrice morfologica del luogo descrive un nucleo storico, compatto e fortificato (burgus), definirlo “paese” significa fare cattiva informazione e disorientare il pubblico al quale ci si rivolge.
Inoltre, mentre i villages o i paesi rurali rappresentano una costante geografica comune a tutto il mondo, il Borgo incarna una specificità storica, architettonica e relazionale, italiana. Liquidarlo come un semplice brand commerciale è un grave errore di lettura: il borgo non è un marchio registrato da una multinazionale e non ha padroni. È, al contrario, un bene comune linguistico, storico e culturale.
Infine, occorre rispondere alle derive antituristiche: senza l’economia generata dall’accoglienza e da modelli integrati e rispettosi come l’Albergo Diffuso, la parabola di molti di questi luoghi sarebbe già tragicamente compiuta. Il turismo non ha “sfrattato” i residenti nei borghi; in molti casi ha rappresentato l’unica vera alternativa all’abbandono. È ciò che ha permesso agli ultimi rimasti di non spegnere la luce, mantenendo aperte le attività commerciali, preservando i piccoli musei e offrendo ai giovani una micro-imprenditorialità possibile, alternativa all’emigrazione forzata.
Giancarlo Dall’Ara
Se il tema vi interessa trovate altri articoli qui:
Lettera Aperta in difesa dei borghi, contro i pregiudizi
Si parla molto di borghi, ma lo si fa per mettere sotto accusa il turismo
INTERNATIONAL PRESS