L’architettura senza architetti, l’albergo diffuso e il riscatto dei borghi storici
In ricordo di Daniele Kihlgren
Il termine vernacolare evoca una sfumatura dialettale, ma in ambito architettonico e antropologico, la formula “imparare dal vernacolare”, riprende i fili di una pietra miliare del Novecento: la celebre mostra del MoMA del 1964 curata da Bernard Rudofsky e il suo saggio Architecture Without Architects.
L’«architettura senza architetti» è il distillato secolare della cultura dell’abitare: un linguaggio nato dal dialogo con i materiali del luogo, con l’esposizione solare, con le curve di livello del terreno e con l’orizzonte storico-culturale delle comunità.
Quando ancora abitavo a Rimini avevo provato a suscitare sulla stampa, un dibattito su questo tema, per far ripensare allo stile architettonico che caratterizza lo skyline riminese. Senza molto successo.
Ciononostante questa consapevolezza è diventata per me un pilastro teorico e operativo: spiegare perché i borghi italiani siano capolavori di armonia paesaggistica significa riconoscere che essi sono il frutto di un’architettura armonica e corale. Da questa stessa radice peraltro nasce e si alimenta il concetto di Albergo Diffuso: un modello di ospitalità che non costruisce un solo metro cubo di nuovo edificato, ma fa rinascere il luogo mettendo in rete le case che già esistono, rigenerando tessuti comunitari senza consumare suolo.
Di questi temi, ho discusso a lungo, più volte, con Daniele Kihlgren, visionario, e tenace difensore dell’identità dei luoghi, la cui recente scomparsa lascia un vuoto in chiunque creda nella dignità del patrimonio minore italiano.
Poco prima di lasciarci, Daniele mi aveva inviato una serie di appunti, sul suo pensiero accompagnati da inviti a proseguire questa battaglia: “Caro Giancarlo, bisogna fare grandi battaglie politiche e fare si che questi patrimoni vernacolari senza contaminazioni più recenti, siano considerati patrimonio“.
La dignità del patrimonio “minore”
Al centro delle riflessioni di Daniele vi è una distinzione tra il patrimonio artistico-monumentale della classicità e quello vernacolare dei borghi:
«A differenza del patrimonio della classicità che si trova solitamente nei centri storici delle città, lo status di “patrimonio” di questi piccoli borghi deriva dalla reciproca integrità tra il costruito storico e il paesaggio circostante. […] A differenza del patrimonio classico che domina la Natura, questo patrimonio minore viene assoggettato al territorio seguendo le originali curve di livello e dando a questi borghi incastellati una loro specifica articolazione. E infine il materiale di costruzione è locale, e da lì derivano affinità cromatiche, estetiche ed emozionali tra patrimonio storico e paesaggistico.»
Tuttavia, come ricordava con amara lucidità Kihlgren, proprio la modesta scala dimensionale di questi insediamenti li rende fragilissimi sul piano visivo e prospettico: qualsiasi detrattore moderno diventa una ferita. Laddove una città metropolitana assorbe e disperde una bruttura, su un crinale appenninico o sulla cima di una rocca medievale un singolo blocco di cemento armato, una persiana incongrua o un intonaco sintetico bastano a distruggere la continuità poetica di un millennio.
Il gesto rivoluzionario di “sottrarre”
«In alcuni di questi borghi storici semi-abbandonati di montagna del nostro Appennino centro-meridionale, l’eccezionale rapporto tra costruito storico e paesaggio è venuto meno a causa del costruito pubblico per finalità che nulla avevano a che fare con i bisogni di una popolazione che affrontava il drammatico fenomeno dell’emigrazione. […] Nonostante ci siano dei finanziamenti, peraltro scarsamente utilizzati, per abbattere detrattori architettonici e paesaggistici, il finanziamento pubblico viene spesso usato per costruire nuovo edificato e per destinazioni d’uso altamente discutibili e di dubbia utilità sociale.»
Daniele indicava il paradosso storico: borghi salvati dall’emigrazione senza ritorno (che ne aveva congelato le volumetrie preservandole dalle speculazioni delle seconde case degli anni ’70), sono stati poi sfregiati da opere pubbliche inutili, cattedrali nel deserto rimaste scheletri abbandonati.
Proprio da questa consapevolezza è scaturito quello che Daniele considerava un punto di svolta ideale. In una sua nota del gennaio 2025, commentava con orgoglio la decisione del Comune di Santo Stefano di Sessanio di abbattere, d’intesa con la Regione Abruzzo, un edificio moderno abbandonato da decenni, sorto accanto al recinto anulare del borgo medievale:
«Un piccolo ma estremamente simbolico gesto, premessa di nuovi destini e di un possibile modello replicabile: l’abbattimento dell’unico edificio moderno, particolarmente invasivo e di nessuna funzione sociale […]. La demolizione viene attuata per pure ragioni di tutela del rapporto costruito storico-paesaggio. […] Il non costruire in questi specifici luoghi diviene fondamento del potenziale sviluppo economico.»
«Siamo cresciuti in un paradigma culturale in cui la cultura è stata spesso considerata un costo, per nobili progetti ma sempre un costo. In questo caso la cultura, nello specifico la tutela di questo patrimonio vernacolare, di un patrimonio senza architetti, in concerto col suo paesaggio, ha già portato a conseguenze manifestamente economiche per il territorio locale. Un progetto culturale e di economia sociale che, per quantità e tipologia, solamente l’Italia può offrire.»
Grazie Daniele!
GD
INTERNATIONAL PRESS