Albergo Diffuso: l’hotel che non si costruisce

I comportamenti e le motivazioni che guidano i viaggiatori di oggi sono diverse da quelle di ieri. Quali nuove sensibilità emergono nelle loro scelte e quali cogliete come predominanti dal vostro osservatorio?

In effetti stiamo assistendo ad un cambiamento – per certi versi – epocale nelle motivazioni di viaggio. Il viaggiatore contemporaneo mostra di avere sensibilità nuove e inedite. Personalmente seguo con attenzione quello che ho definito “il Turismo delle Passioni”, che si manifesta come “una modalità di viaggio verso una destinazione alla ricerca di proposte generate da persone appassionate, con le quali condividere un momento di vita”. E’ un turismo che si colloca oltre le categorie tradizionali del turismo esperienziale, perché la motivazione principale non è la curiosità, ma l’amore per qualcosa – un tema, una pratica, un sapere, un’emozione condivisa.

I numeri confermano che questa sensibilità è in rapida crescita e non riguarda affatto un “minimercato”.

  1. La sua idea di albergo diffuso ha un sapore “rivoluzionario”, ma in realtà sta per compiere 50 anni. Com’è nata e quanto è cresciuta in Italia e all’estero nel suo primo mezzo secolo di vita?

Quando fui chiamato in Carnia nei primissimi anni ‘80, c’era l’idea di dare un utilizzo turistico alle case ristrutturate ma abbandonate dopo terremoto del 1976. Grazie alla mia esperienza con gli albergatori di Rimini, cominciai a lavorare sull’idea di un utilizzo delle case, secondo la logica che mi era più affine, quella alberghiera; un percorso che mi portò a ideare una forma nuova di albergo “che non si costruisce”, “orizzontale” e con le radici nella cultura dell’accoglienza dei borghi.

Oggi l’Albergo Diffuso è un progetto imprenditoriale, “made in Italy”, originale e diverso da altre proposte di ospitalità.

In Italia, ci sono circa 150 strutture ospitali che rispettano gli standard necessari per essere riconosciute dall’Associazione Nazionale Alberghi Diffusi. Poi operano un altro centinaio di realtà che ha adottato solo in parte, gli standard del modello. Oltre questì, ci sono centinaia di progetti, non solo in Italia.

Inoltre l’AD è presente in Svizzera, Germania, Albania, Croazia, Corea, Rwanda, Giappone…

All’estero, il nome “Albergo Diffuso” non si traduce, esattamente come pizza o pasta, a conferma della sua origine e specificità.

 

  1. Lo storytelling è una componente basilare del turismo esperienziale che promuovete. Che attenzione riponete a questo aspetto e quali tipologie di turisti mostrano di gradirlo maggiormente?

L’Albergo Diffuso risponde al bisogno di autenticità che caratterizza gran parte dei viaggiatori di oggi. Il successo del modello si basa sul fatto che offre proposte non pensate per i turisti. L’ospite vive il borgo come gli altri abitanti, in mezzo a loro, soggiornando in case che non sono state costruite per turisti. Per questo motivo, un AD non può nascere in un borgo totalmente disabitato, perché rischierebbe di trasformarsi in un villaggio turistico. È la presenza della comunità che rende possibile uno storytelling autentico, e anzi solo l’incontro con chi vive il luogo permette di trasformarlo in storymaking.

 

  1. Caposaldo di sostenibilità per turismo diffuso come il vostro è che generi benessere non solo agli ospiti, ma soprattutto alle comunità che accolgono. Come trasferite questo principio sul piano pratico?

L’Albergo Diffuso non è una “fabbrica di turismo”, ma un progetto che genera valore economico distribuito sul territorio.

Le nostre indagini mostrano che l’apertura di un AD ha stimolato l’acquisto di case da parte di non residenti (71% dei borghi), e attirato nuovi abitanti (77% dei casi); un AD su due apre e gestisce nuovi servizi (botteghe, ristoranti, laboratori artigiani), e il 75% dei ristoranti interni agli AD è aperto anche alla clientela esterna. L’84% dei borghi ha visto la nascita di nuovi esercizi commerciali o artigianali dopo l’apertura di un AD.

Il modello infine genera un’economia distribuita e collaborativa. Coinvolge ristoratori, commercianti, artigiani e residenti, valorizzando le competenze diffuse.

 

  1. Anche in prospettiva, l’ospitalità diffusa si prefigura come una delle ricette più valide per contrastare l’overtourism. Che spunti arrivano dall’estero in tal senso e che traiettorie di espansione prevede per quella italiana?

Il principio fondamentale dell’AD è il recupero degli scarti, cioè di immobili abbandonati, con l’obiettivo di “zero nuove costruzioni”, e di evitare la cementificazione.

Come soluzione all’iperturismo, l’AD nasce soprattutto nei luoghi meno conosciuti contribuendo a decongestionare le mete affollate, con il 90% degli AD aperti tutto l’anno.

Quanto all’estero, sono molti i paesi che ci lanciano messaggi: l ‘Albania ha riconosciuto l’AD con una legge che ne incentiva lo sviluppo nei borghi per recuperare le tradizioni e creare posti di lavoro, indicandola come una strategia per lo sviluppo sostenibile. In Giappone gli AD ricevono finanziamenti pubblici e rappresentano per l’Associazione un esempio di laboratorio avanzato per sperimentare declinazioni diverse del modello iniziale. Nel solo 2025 abbiamo raccolto articoli sui media di una ventina di paesi, comprese Filippine, Indonesia, Romania, Serbia, Portogallo… Abbiamo più di 40 anni di storia, ma siamo solo all’inizio!

Intervista di Gaetano Gemiti su Viaggi Cult, 1.2026

 

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