Nuove prospettive per i borghi montani?
Abstract. La nuova classificazione dei comuni montani prevista dalla legge 131/2025, basata su criteri prevalentemente geomorfologici, comporta una forte riduzione dei comuni riconosciuti come montani e l’esclusione di molti borghi collinari con criticità analoghe. L’articolo analizza criticamente decreti attuativi, funzione di presidio umano, sostenibilità sociale e sviluppo turistico, proponendo una lettura della montagna che superi il solo parametro altimetrico per trasformare i borghi in laboratori di nuova residenzialità e ospitalità sostenibile.
Il dibattito ormai maturo sul futuro dei borghi sembra aver avuto un nuovo impulso con l’articolo apparso questi giorni sul Sole 24 Ore: ” Comuni montani, ora bisogna tutelare la vita nelle terre alte”, dove si affrontano in particolare i decreti attuativi della Legge 131/2025. L’articolo, scritto dalla prof.ssa Luisa Corazza, solleva questioni importanti per chi si occupa di sviluppo territoriale.
Al centro della riflessione vi è la critica a una visione puramente “metrica” della montagna, che i nuovi decreti “rischiano di cristallizzare”.
Di certo, dalle bozze e simulazioni dei decreti attuativi emerge una riduzione del numero dei comuni montani (da oltre 4.000 a circa 3.700), con una quota rilevante dei declassati (oltre 96%) riconducibile a territori collinari.
Condivido pertanto l’invito della docente dell’Università del Molise, che la riforma vada letta con una lente che superi il dato geografico, cioè una visione che si limita ai parametri fisici[1]. La montagna non è definita solo dall’altimetria, ma dall’intreccio tra morfologia, economia e società. E la montagna non è neppure solo “ambiente” o “risorsa turistica”, ma un ecosistema dove la protezione della comunità è funzionale alla cura del territorio. Pertanto una classificazione normativa, basata solo su dati fisici, potrebbe escludere dalla qualifica di comune montano numerosi borghi collinari che presentano, di fatto, condizioni di isolamento e carenza di servizi analoghe a quelle dei comuni più “alti”.
A completamento di questa visione, emerge il tema della sostenibilità sociale. Spesso confusa con la sola tutela ecologica, la sostenibilità in ambito montano assume una connotazione economica e civile: un borgo “sostenibile” è quello che garantisce ai giovani e alle imprese locali le condizioni economiche per restare. In questa prospettiva, la sostenibilità sociale di un borgo montano può essere definita attraverso almeno tre condizioni:
- Incentivi e agevolazioni fiscali per compensare i maggiori costi del vivere e produrre in territori “svantaggiati”.
- L’abbattimento del digital divide come condizione necessaria per rendere il borgo un luogo di lavoro e non solo di svago.
- E competenze che sappiano guidare lo sviluppo turistico, senza subirlo passivamente.[2]
La legge 131/2025 enuncia la centralità delle comunità montane e del loro ruolo di presidio, ma affida la selezione dei territori beneficiari a criteri prevalentemente geomorfologici; solo se i decreti sapranno tradurre tali principi in parametri operativi realmente sensibili alla funzione di presidio umano, i borghi oggi in crisi potranno trasformarsi in laboratori di nuova residenzialità e ospitalità sostenibile.
Giancarlo Dall’Ara
Se ti interessa la mia visione delle problematiche turistiche leggi anche qui
[1] Tale approccio presenta il vantaggio della misurabilità oggettiva e della compatibilità con la disciplina europea degli aiuti di Stato, ma rischia di sacrificare la realtà socio-economica di molti borghi.
[2] Senza dimenticare scuola, sanità, trasporti, governance multilivello…
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